Sunday, April 19


C’è chi si chiede se l’Africa sia maledetta.
Se la storia stessa l’abbia segnata come destinata al fallimento.
Io non posso accettare la maledizione come spiegazione. Perché una maledizione implica inevitabilità, e l’inevitabilità è il più comodo degli alibi che il potere abbia mai inventato.
Nel momento in cui si parla di maledizione, la storia viene spinta fuori dal terreno umano e ricondotta a una dimensione quasi magica. Non è più il risultato di scelte, rapporti, violenze o responsabilità, ma una favola antica, popolata da lupi, stregoni e, inevitabilmente, da principi salvifici.
Se la tragedia è incantesimo, allora l’intervento diventa virtù, la guida si trasforma in necessità, il controllo diventa ordine e il dominio può finalmente mascherarsi da cura. La “salvezza” entra in scena già vestita da soluzione, con l’urgenza morale di chi dice di sapere cosa fare. È una sorta di sindrome della crocerossina virulenta che si insinua nelle menti dei pazienti, costruendo un’interdipendenza che non ha fine, perché non ha mai avuto l’intenzione di guarire.

Ma la questione non riguarda soltanto le intenzioni, riguarda l’idea stessa di salvezza. Chi rivendica il diritto di definire la crisi, di prescrivere le cure, di stabilire quando un popolo è “pronto”, “stabile”, “sicuro”, “evoluto”, occupa inevitabilmente una posizione di superiorità. C’è chi sta sopra la storia e chi ne resta imprigionato. C’è chi agisce e chi attende. E in questa attesa si perde tutta l’essenza stessa della possibilità di liberazione: l’autorità di nominare la propria condizione, di immaginare il proprio futuro senza dover chiedere permessi.

Il colonialismo, nelle sue forme più subdole, non ha bisogno di schiavi dichiarati o padroni visibili; ha bisogno di vittime perenni e di spettatori che ne legalizzino gli atti.

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